Blodeuwedd

“Dalle carni di fiore” questo significa il nome.

Dal rosmarino alla canapa, come dal cedro all’issopo biblici, si può ricavare qualcosa di meraviglioso e inaspettato. Questa è l’ultima storia ( che racconto) delle dee primaverili perchè poi tra un po’ è estate e rinasco anch’io.  E’ talmente primaverile, costei, che è fatta di fiori. Però ha qualche tratto imprevisto, meno “gentile” di quel che si può pensare..

Nel Mabinogion, un raccolta di storie più o meno rimasticate, agiscono antichi dei che, quando le storie vengono scritte,  sono già stati ridotti al rango di personaggi mitici, eroi, maghi e strana gente (non sempre tutte queste cose insieme).

Traggo da Robert Graves, che ha tradotto un’antica poesia chiamata Cad Goddeu, “La battaglia degli alberi”, il seguente frammento in cui la nostra eroina parla di sé.

” Non di padre nè di madre

fu il mio sangue, fu il mio corpo.

Fui stregata da Gwydion,

grande incantatore dei Britanni,

quando mi formò da nove fiori,

nove germogli di varia specie:

dalla primula di montagna,

ginestra, ulmaria e gittaione frammisti insieme,

dal fagiolo, che reca nella sua ombra una bianca armata di spettri,

dai fiori dell’ortica,

di quercia, di rovo e del timido castagno.

Nove poteri di nove fiori,

nove poteri combinati in me,

nove germogli di piante e alberi.

Lunghe e bianche sono le mie dita,

come la nona onda del mare”

La donna di fiori, Blodeuwedd, era stata “fatta” per il figlio di tale Gwidion.
La narrazione del perché ci fosse bisogno di fargli una donna a ‘sto ragazzo e non se la potesse trovare da sè già fatta è lunga e un tantino delirante per cui la saltiamo. Sta di fatto che suo padre e un altro tizio si uniscono per dar vita, usando nove fiori, a una donna. C’è chi le donne le fa con le costole, chi con i fiori.
Matrimonio noioso però. All’inizio Blodeuwedd sembra adattarsi ed essere un’ottima moglie, ma fatalmente incontra il vero amore e capisce che c’è una bella differenza. Un po’ come Ginevra con Lancillotto.
Però qui vanno un po’ più per le spicce…. non essendoci ancora il divorzio, i due decidono di uccidere il marito.
Ora, uccidere questo qui era difficilissimo. Come Dalila con Sansone, Blodeuwedd riesce a farselo dire da lui stesso. Una procedura complicatissima. Neanche uccidere Nosferatu al Giro d’Italia (questa è per intenditori) è così difficile. Lasciamo perdere come, ma ce la fanno. Almeno credono…

Quando però Gwidion torna e viene a sapere che il figlio è morto e la mogliettina s’è messa con quell’altro decide di vendicarsi. In primo luogo però si occupa del figlio, che a quanto pare non è proprio morto morto, l’ho detto che questa qua non era gente normale. Si era trasformato in un’aquila impaurita e  ritrosa, che non voleva scendere dall’albero in cui si era rifugiata.

Gwidion, che nella versione arcaica in cui era ancora un dio si dice fosse la versione celtica di Odino, quindi un esperto trickster e sciamano, lo convince a scendere. A quel punto lo ritrasforma in uomo e partono alla ricerca dei traditori.

Li trovano. L’amante di Blodeuwedd viene ucciso e lei trasformata in un gufo.

Fine della storia? Non proprio. C’è il dibattito da fare….

A mio modesto parere (ho già accennato ad alcune similitudini con racconti biblici) questa è la storia del passaggio (lento, molto lento in terra celtica) da una società in cui la donna-sacerdotessa-dea non solo aveva il potere di dare la vita, ma era colei che attraverso “nozze sacre” dava diritto al re d’esse tale ad un’altra (società). Ovviamente patriarcale, in cui la sua volontà è assoggettata agli uomini, che si arrogano anche il diritto di “creare”, partendo da una materia prima in questo caso accattivante, la donna stessa, la “moglie giusta”. I 9 fiori da cui prende vita rimandano al sacro numero 9 di origine lunare. Sono i primi fiori della primavera, alcuni assai poco visibili come quello di quercia (in realtà pare sia solo il polline , messo per ultimo come agente vitale maschile), che colorano i campi al momento della rinascita. Questa è quindi, come Kore, la fanciulla-fiore, (ricordiamo che quando fu rapita da Ade stava cogliendo dei fiori), lo spirito libero e vitale della donna che si apre alla vita adulta, un soffio di brezza primaverile.
E’ o sarebbe stata la sacra fanciulla per mezzo della quale LLew LLaw  (il figlio di Gwidion) poteva accedere alla sovranità. Non poteva esistere, nemmeno ai tempi in cui la storia è scritta, un re senza moglie, e una maledizione gli impediva di sposare una donna normale. Qui Blodeuwedd vive come ingabbiata perché lo spirito naturale, l’energia della natura che sta esplodendo, è incanalata da due maghi maschi e obbligato a prendere forma umana. Questa figlia della terra viene poi data in sposa a chi non ha scelto, e anche questo per la Madre è cosa che non si fa.

Ma come gli elementi da cui è stata tratta, Blodeuwedd anche se non lo sa è libera, e quando ha l’occasione di accorgersene non esita e decide di fare re chi vuole lei. D’altro canto a Llew LLaw non va poi malissimo, poiché tramite lei passa attraverso due iniziazioni: diviene re e viene riportato in vita superando la morte. E poi c’è il fatto che ella diviene una civettta, o un gufo, animale che simboleggia, come in Grecia (ricordate Atena?) la saggezza e la conoscenza.
Gwidion sa che non può ucciderla. Sa anche, a questo punto e forse, di non avere fatto una gran bella azione, con tutta questa storia. Può solo riportarla allo stato di natura da cui l’ha tolta, e le rende una forma che da sempre è legata all’immagine di una dea vergine (nel senso di non soggetta a marito), guerriera, cacciatrice notturna, libera e indipendente.

La morale della favola è la riconquista del vero sé.

Secondo Robert Graves, che lo scrive nella “Dea Bianca”, uno dei fiori citati è “sbagliato”. Non dovrebbe esserci. Non mi ricordo quale nè perchè. Forse un fatto di stagionalità. Per cui, sempre secondo lui, c’è un fiore segreto, che sarebbe il  biancospino. Questo perchè, dice, un altro nome di Blodeuwedd  è Olwen, colei che è detta “dalla bianca traccia”, la Regina del Biancospino e la protettrice degli antichi sentieri della Britannia. Questa storia contiene secondo lui (e sì insomma anche un po’ secondo me…) i frammenti delle memorie dell’antica dea che si autocrea ad ogni primavera, come ad esempio la nostra Flora, anche lei dea molto antica.

Parliamo di un’antichità in cui l’uomo non ha ancora addomesticato  la vegetazione,  che è libera, spontanea, cresce e si diffonde dove vuole lei, non si può far “sposare” a chi si vuole. L’agricoltura è forse solo ai primi passi, o non c’è per nulla, e si ringrazia ogni anno il risorgere dei fiori, promessa di cibo.

La civetta, detta un tempo “la più vecchia” (la più vecchia di cosa? delle divinità, o per lo meno delle loro ipostasi terrene?), assimilata al gufo sia per vecchiezza sia per saggezza, renderebbe ancora più probabile l’interpretazione dei vecchi reperti fatta da Marija Gimbutas, sul fatto che la primissima Dea adorata probabilmente fin dal paleolitico fosse una Dea-uccello.  Ci sono antichissime statuette che lo fanno pensare,  e ricordo una dea indù antica e temuta che mi pare si chiamasse Dhumavati, la dea dei corvi e del caos.

La civetta ha anche un forte simbolismo sessuale. Abbiamo tutti presente che si dice “civettare” oppure “quella lì è una civetta”. Dirò soltanto che nel Galles, da dove viene la nostra storia, si dice che quando una civetta canta vuole dire che una fanciulla ha perso la verginità.

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4 pensieri riguardo “Blodeuwedd

  1. Nelle tue storie noi uomini non facciamo mai una bella figura…
    In questa che per una volta è finita, oso credere, mi ha colpito il nome. Non so il gaelico, ma solo un po’ d’inglese. Questo nome sembra significare, così a orecchio, “sposa di sangue”. O qualcosa di simile. E mi sembra un nome più adatto. Che mi dici?

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    1. E’ vero! Anch’io ci avevo pensato, ma in realtà è un nome che del gaelico antico, e dell’inglese moderno, ha poco. Penso che questo nome risalga al periodo post invasione anglosassone e quindi ha attinenza con la lingua antico-tedesca.
      però la suggestione rimane, è proprio una sposa sanguinaria! Non sto a fare tutta la maletta etimologica che vorrei perchè devo andare dal dentista … mi hai dato un ottimo spunto comunque, sei il secondo (dopo di me) che fa questa associazione.
      E’ anche vero che spesso racconto storie dove alla fine si va sempre a parare sulla prepotenza maschile nel prendersi libertà e divinità con la forza…. la forza maschile ci vuole al mondo e come antropologa da diporto devo accettarla anche nei suoi aspetti a noi donne meno graditi. Vedrò di trovare un bravo dio! Uno che lascia stare le donne o a cui, addirittura, piacciono come persone…
      Comunque non sarebbe finita neanche questa storia qua. Tra tutti quei fiori ce ne sono un paio che meriterebbero un approfondimento.

      Piace a 2 people

  2. Scusami per il tempo che ci ho messo a risponderti, non “entravo” nel sito da parecchio tempo.
    Devo dire che il Mabinogion io non l’ho letto per intero (ci ho provato, una maletta….). La storia l’ho tratta dalla Dea Bianca di Robert Graves che in realtà la estrapola dalla “Battaglia degli alberi”, un poema medievale piuttosto oscuro in cui secondo lui per tenere celati ai non iniziati il vero significato ci sono inerite strofe che non c’entran niente. Tra cui questa storia, o meglio la parte che ho riportato nel post, su cui poi fa i suoi ragionamenti. E io devo correggere qualcosa, qui, perchè mi sono troppo fidata di Graves… Rileggendo ora c’è una cosa che non torna. Comunque sì, la ragazza è un’assassina, ma nessuno le aveva mai insegnato il bene e il male… Fatta di fiori e consegnata a un marito: è come dar vita a una bambola meccanica senza rivedere il software, i fiori non hanno un’etica precisa…. credo.

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