Alberi sacri, introduzione al tema con ricordi d’infanzia

Una cosa proprio leggera, ok?
Prima cosa, quali sono: praticamente possono esserlo tutti.
Perché: vengono su dalla terra, vanno verso il cielo, nutrono sempre qualcuno, apparentemente non hanno bisogno di niente. E ad ogni inverno sembra muoiano, ma sembra solo.

A fianco: Max Ernst, frottage.

Notiamo, lo diceva anche quella vecchia volpe di Mircea Eliade, come a volte una pianta, un albero specialmente, possa rappresentare il cosmo tutto. Oppure una parte qualsiasi, secondo necessità. Ci sono divinità che si presentano in forma d’albero (anche di animale, o qualsiasi altra cosa, se è per quello), di solito per simboleggiare fecondità, opulenza, salute, immortalità, rinascita… in certe leggende la specie umana deriva da qualche specie vegetale o vi ritorna quando è in difficoltà.
In breve tutto quello che “è”,  tutto quanto è vivente e creatore, in stato di continua rigenerazione, è rappresentabile in forma vegetale. La primavera, lo so di tornare sempre a questo ma non me lo sono mica inventata io, è una resurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana.
Presto per parlarne? della primavera dico. Mica tanto, perchè questi dovrebbero essere i giorni più freddi dell’anno (riscaldamento globale a parte) poi si riparte… Siamo nella parte dell’anno di pertinenza del re Quercia, le giornate si allungano, gli animali cominciano ad entrare in amore, ed è meglio decidersi a potare, se non lo si ha già fatto, perchè tra poco verranno fuori le gemme.
Alcuni alberi sono oggetto d’attenzione più di altri, perchè ad esempio considerati axis mundi, tramite fra terra e cielo, ciò che li tiene insieme. Certamente funziona meglio se l’albero è alto. Ogni popolo c’ha il suo, scelto sulla base della sua presenza sul posto e di altre varie ed eventuali caratteristiche.
Io da piccola avevo un libriccino, La quercia ospitale.  Cm.12 x 8 x 3 di libro in cui si raccontava di ‘sta quercia ove vivevano un mucchio di bestie. Non sempre in pace, però essendo un libro per quelli “al di sotto dei dieci anni” delle cose proprio splatter non ce n’erano. Anche se ci fossero state, io ero già stata vaccinata in seconda elementare con gli aneddoti mirabili e mirabolanti dei romani: mani bruciate di qua, palpebre strappate di là, botti chiodate mandate a rotolare giù per una scarpata…. che bella la Storia.
Maestra di vita, davvero. Insomma in ‘sta quercia c’era Babbo lepre che cercava di impedire a Mamma volpe di nutrire i suoi figli, le piccole Cinciallegre al primo volo,  Nonno aquila che sorvolava la zona sperando cadessero, qualche bruco che diventava una farfalla etc. Non mancava il vischio, che in quanto tale invischiava le piccole cinciallegre. Ma qualcuno le tirava via prima che arrivasse il Nonno, o qualche altro parente malintenzionato. E stato uno dei miei libri più interessanti, prima di scoprire Sandokan, il Vangelo e lo zio Tom.

Ecco, la quercia ha una caratteristica che non è detto sia buona per tutti quelli che ospita. Attira i fulmini. Se piove offre riparo, ma se c’è un temporale (più di altri alberi) può essere squarciata da un fulmine e chi c’è c’è.
O anche no. Reggerlo. Resistere. Portare i segni del fulmine e vivere lieta. Questo fatto l’ha resa l’albero sacro a tutti gli dei che avevano a che fare con tuoni e fulmini, in Europa. Zeus, Giove, Perun, Dagda, Taranis, Thor etc… Se ci fate caso alcuni di questi nomi evocano il suono del tuono. Ecco qui una foto della quercia del mio vicino, che, dal di là dal muro, mi manda tutte le sue dannate foglie in giardino.

Ora come non cedere ad un po’ di sana etimologia?  Si impara molto dalle parole. Il nome latino quercus si riconduce alla forma “indoeuropea” (tra virgolette perchè  un indoeuropeo non esiste) perkwu, sopravvissuta in area germanica, baltica (nel nome del dio Perkùnas, anche lui collegato alle perturbazioni atmosferiche) e celtica (il nome della silva Hercynia latina ha infatti origine gallica). Quest’ultima popolazione, che dovrei metter anch’essa tra virgolette perchè designa un mucchio di gente diversa vissuta in tempi e luoghi diversi, era però più tendente a far derivare il nome dell’albero che preferivano dalla radice dereu, designante sempre la quercia, ma di conseguenza i concetti di forza e durezza (da durus in latino proviene durare che ha molti significati tra cui  “perdurare, resistere nel tempo”), intesi anche in senso morale: fermezza, sicurezza, mantenimento delle decisioni prese, ‘fedeltà” (tedesco “treue”).  La parola druido, il sacerdote celtico della zona gallica e insulare, deriva quindi da drw, derw o simil suono, a cui si aggiunge wid che è termine indicativo della conoscenza, del vedere oltre (video). Per cui questa parola, druido, ci fa capire che sì sarà vero, come Panoramix tutti i druidi andavan per vischio col falcetto nei boschi di querce, e sempre in ‘sti boschi svolgevano le loro strane pratiche, ma forse drw prima di wid è riferito più alle suddette qualità dell’albero che all’albero vero e proprio.
Passiamo un attimo, prima di chiudere che è ora di cena, ad un altro popolo che ci complica meno la vita, i greci. Loro scrivevano tutto, diversamente dai celti. La parola greca per quercia, drys (sempre lo stesso etimo, no?), ci porta alle curiose creature che vivevano nelle querce: le Driadi e le Amadriadi. Altro che ospitale. Di tutto, ci trovavi, in ‘sti alberi. Alla prossima.

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19 pensieri riguardo “Alberi sacri, introduzione al tema con ricordi d’infanzia

  1. Dato che non risulta, stando agli esiti bellici (i celti furono stritolati tra romani e germani), che disponessero di bevanda magica, cosa se ne facevano Panoramix & co. di tutto quel vischio?

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  2. Ciao! Lieta di vederti per iscritto. Quel vischio… È una bella domanda perché come dicevamo i celti non scrivevano mai niente. Fare tutte le ipotesi richiederebbe un post, e comunque sono convinta che ci sia qualcosa che mi sfugge. Per cui mi limiterò a dare queste informazione tratte da Frazer che gli dedica in pratica l’opera della sua vita (Il ramo d’oro). Premessa: il vischio di solito non sembra affatto d’oro, è verde con bacche biancastre, ma su certe querce invece assume una colorazione più gialla e sotto il sole fa un bell’effetto. Altra premessa necessaria, poiché tu sai certamente come vive questa pianta ma gli antichi no: vedere che dalla quercia nasceva un rigoglioso cespuglio senza radici li colpiva molto e ne traevano la convinzione che la cosa fosse di origine divina (ad esempio un divino fulmine che benediceva l’albero) il che bastava a ispirare rispetto. Forse nella foresta dei Carnuti (è quella, dove va Panoramix?) ce n’era molto, ma in linea generale era un ritrovamento piuttosto raro. Una volta raccolto, se leggi in Internet (questo non lo suggeriva Frazer), vedrai che dicono che lo consideravano un medicamento per tutto, ma ho i miei dubbi perché non lo è affatto e anzi è tossico – come sempre dipende dalle dosi. Gli erbari attuali si guardano bene dal nominarlo mentre parlano tranquillamente di piante più pericolose specificando che ci vuole il controllo medico. Ora vorrei vedere che dice il dottor K. se gli vai a dire “vorrei curarmi questa cosa col vischio, (o con la datura, o con questi piccoli funghi bianchi e rossi) sotto il suo controllo”.

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    1. Beh comunque avere un posto per i sacrifici umani è già una bella tranquillità. ..
      Comunque c’era una cosa che non era fitoterapica ma teneva in vita ancor meglio: le ghiande. Si mangiano. Non è solo roba da maiali. A seconda del tipo di quercia vanno da accettabili se proprio non hai altro a buone, poi lì dipenderà dallo chef. Preciso che è un “così dicono”. Nel senso che io non le ho mai mangiate.

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  3. Che faccio rispondo seriamente o a modo mio? Lo so che hai una passione per Driadi e Amadriadi…
    I greci sono stati i più grandi fabbricatori e diffusori di miti del mondo antico, ma soprattutto per questa frenesia che avevano di scrivere tutto… e meno male. Almeno abbiamo un termine di paragone per capire gli altri che non scrivevano ma più o meno credevano nelle stesse cose…
    Se c’era della gente che attribuiva uno spirito alla materia quale che fosse erano i celti, e la materia allora era tutta naturale, piante e animali se leggi eran tutti sacri…. che poi cosa vuol dire sacro richiederebbe molto tempo. Loro non hanno scritto quasi niente e han lasciato scrivere gli altri per loro, ma qui sta il bello, a noi è rimasto tutto da scoprire.

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  4. Sai che questi tuoi post sono appassionanti, dovresti organizzare qualche gita nella natura, magari in qualche paese celtico, o anche in Italia in qualche misterioso bosco.

    Mi sono riletto velocemente il post sull’alchimia e mi sono saltate in mente nuove impressioni.

    Qui accenni alla primavera e .. se poi la primavera promettesse una stagione estiva di passione e alla fine di un profondo viaggio e un lungo soggiorno ci venissero dati dei chicchi di melagrana?… Ahh comincio a procedere in modo alchemico, per libere associazioni.

    Comunque è vero dalle mie parti oggi ha fatto freddo.
    Questi tuoi post sembrano essere trasportati da colorati fumi che fuoriescono da un camino di una piccola casa custodita da grandi alberi secolari. Mi rimandano alla Cornovaglia, che ne so…alla Bretagna. Un alone di luce proviene dalla piccola finestra di quella casa. E’ ancora inverno ed è piacevole vedere i propri pensieri e le proprie fantasie viaggiare in quelle fiammelle con le quali stai cuocendo i colori della primavera… Ma tra qualche mese dovremo – e sarà bello – destarci da questo piacevole torpore.

    A proposito di alberi:

    ”Tutti noi solchiamo la Via Lattea, giorno dopo giorno, uomini e alberi; ma non mi era mai capitato di notare, prima di questa giornata di tempesta, ballando nel vento, che gli alberi sono come gente che viaggia nel senso letterale del termine. Compiamo mille brevi viaggi; i nostri stessi viaggi di andata e ritorno, sono in fondo poco più che questi moti ondosi degli alberi, davvero poco di più” (J. Muir, Tempesta).

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      1. Anche il mio telefono, per nulla dire del mio cervello, si stanno sconnettendo…. È meraviglioso tutto questo scrivere. E tu hai un immaginario e una cultura che levati.
        Vorrei essere nel posto che descrivi… invece sono a Bologna. Però ho un piccolo eremo sull’Appennino dove vado a rifugiarmi appena posso e quel po’ di spiritualità che mi è stata concessa mi viene dallo star lì. All’inizio ero solo una a cui piaceva l’idea di coltivarsi da sola quello che mangiava e quando ha potuto ha comprato questa casina di 50 mq e un pezzettino di terra. Alla fine non è che coltivi tanto perché non ho tempo, e la terra ne vuole molto. Ma un’estate, stando lì, tramonto dopo tramonto, con l’aiuto extra di un braccio rotto che mi faceva un male cane e conseguenti oppiacei, ho cominciato a vedere e sentire cose diverse da prima. Che sono rimaste anche quando ho finito gli oppiacei.

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  5. Sarei un pessimo rappresentante della cultura, diciamo che ogni tanto ”mi partono” delle associazioni e così viene fuori qualche fantasia. Ho grande memoria emotiva ma scarsa memoria nozionistica.
    I chicchi della melograna per alcuni rappresentano la coazione a ripetere, per altri l’oppio, la dimenticanza. Si dice che la zona in cui Persefone ritorna sulla terra è nei pressi della terra in cui sono nato, dove crescono dei fiori sgargianti.

    Te l’assicuro, – stavo bene laggiú. Mi ci sono abituata. Qui non resisto;
    c’è troppa luce – mi fa ammalare – una luce denudante, inaccessibile;
    rivela ogni cosa e la nasconde; ogni tanto cambia – non fai in tempo; cambi;
    avverti il tempo che passa – un andirivieni incessante, spossante;
    si rompono i bicchieri nel trasloco, restano sulla strada, brillano;
    qualcuno salta sulla terraferma, qualcun altro s’imbarca sulle navi; – come allora
    venivano, andavano i nostri visitatori, ne arrivavano altri;
    restavano per un po’ nei corridoi le loro grandi valigie –
    un odore estraneo, paesi stranieri, nomi stranieri, – la casa
    non ci apparteneva; – era anch’essa una valigia con la biancheria nuova, sconosciuta –
    uno poteva prenderla per il manico di pelle e andarsene.
    […]
    Mi sbucciava le melagrane con le sue mani.
    Le sue dita diventavano ancora piú nere. I chicchi rilucevano fiocamente
    come fialettine di vetro colme di sangue. Mi dava da mangiare sulla sua mano
    tra le grosse giare e i sedili di pietra, perché non mi scordassi
    di tornare ancora da lui. – Come non tornare? Questo mare
    ti getta la sua luce, polvere di vetro, negli occhi, in bocca,
    nella camicia, nei sandali.
    “Tienimi, – gli dicevo; – lascia
    ch’io sia solo l’uno – o anche la metà; – l’intera metà (quale che sia),
    non i due, non le parti separate e incongiungibili, giacché non mi rimane altro
    ch’essere l’incisione – cioè non essere –
    una pugnalata verticale e il dolore radicato –”;
    e il pugnale, neppure quello tuo. “Non resisto, – gli dicevo; tienimi”. (da Persefone – Ghiannis Ritsos )

    Anche io vivo a Bologna e ogni tanto, quando viaggio in pulman, mi piace abbandonare il pensiero di fronte a quelle montagne di cui parli e che mi appaiono come contorno dell’autostrada.
    P.S.: ieri in Sala Borsa ho ascoltato il tuo video

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  6. La memoria emotiva è la migliore e l’unica di cui fidarsi, poiché le nozioni ci vengono da altri e possono essere sbagliate.
    Però a volte servono e io le tengo in una memoria esterna…
    Ghiannis Ritsos ad esempio. Non ce l’avevo.
    Ora dovrò mettercelo, sapere esattamente chi è o è stato…
    Come va a finire il discorso di Persefone…
    Sono appena le sette di mattina e dicono che nevicherà. La fanciulla Persefone vuole stare ancora un po’ con lui. Come darle torto.
    Se fossi capace metterei qua un’immagine dove c’è Lei, colta di sorpresa nel mio giardino all’alba. O forse ero io…. ma non so mettere le immagini nei commenti.
    Il video che hai visto (si può dire che ormai mi conosci molto bene) è stato per me un parto tecnologico.
    Ma diversamente da un parto vero, anche un grande divertimento, specie se si considera che senza algoritmi speciali, tag o altro che all’epoca non sapevo che cosa fossero, qualcuno l’ha visto.

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    1. Quindi nel tuo giardino, oltre alle piante che qui hai decantato con passione e maestria, sbocciano anche più o meno insidiosi narcisi?
      Forse quell’istantanea che ti sei immaginata e che ad intermittenza appare sullo schermo, appartiene a un ritaglio che hai ”ripiantato” nel tuo giardino e che, come un’irresistibile coazione a ripetere, torna ad offrirti in un calice di narciso la mollezza del lasciarsi andare: esso apparteneva a un più grande quadro primaverile, a un corteo di fanciulle che un giorno furono distratte dalla loro adolescenza e da allora, ciclicamente, si lasciano andare alla passione…

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      1. Non sono sicura di sapere qual è l’istantanea… quella coi capelli rossi? Quando facevo l’accademia vollero che facessi “un quadro grande” e volendo rappresentare una specie di madre natura le diedi le mie fattezze (niente spiritualità allora, solo stavo facendo un lavoro sul mito nel mediterraneo) perchè mi veniva più facile. Non avevo tanti capelli però. Per il resto, vent’anni fa ero circa così. Dato che credo di aver capito che anche se fossi capace qui non si possano mettere immagini nei commenti dopo provo sul tuo con l’altra cui alludevo.. Però adesso, l’ aver fatto quel quadro lì e tante altre cose, le vedo come segnali non colti di qualcosa che magari se me ne accorgevo prima era meglio….

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  7. Ma non ci dici cosa hai scoperto. Gente che suona il violino forse non c’era, ma qualcosa sotto il salice c’è sempre… Non sempre si vede bene, ma c’è. Grazie del passaggio. Prima o poi dedicherò un post anche al salice, è una pianta magica per eccellenza. Vedremo se quello che hai o non hai visto somiglia a quel che hanno visto altri…

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