L’artemisia e quello scuro

L’artemisia è la prima “pianta magica” che trattiamo e sarà utile definire alcuni punti.

In tutta l’antichità e fino all’Ottocento il mondo vegetale è stato la farmacia dei popoli. Che una pianta aiuti a guarire da un malanno non la rende magica. E’ normale.
Con pianta magica intendiamo una pianta che ha una delle seguenti caratteristiche, o entrambe: a) non solo cura qualche malanno ma induce modificazioni di coscienza e d’umore, b) è profondamente connessa con qualche divinità o spirito naturale.
Nell’uso popolare, identificando l’umore malinconico con uno spirito malevolo, una pianta che rilassa e fa passare la malinconia può ad esempio essere definita “scacciadiavoli”:  in effetti è abbastanza naturale che chi si era sentito triste o angosciato, e avesse visto svanire questi sentimenti dopo aver usato una pianta, si dicesse “è proprio magica…”.
Non sempre è chiaro che tali piante, se prese in eccesso, possono far male. Come tutto. Ricordiamo sempre che la parola farmaco deriva dal greco dove letteralmente significa veleno. Quindi attenzione alle dosi. L’artemisia è una pianta magica.

Ci sono varie leggende legate a questa pianta: una delle più diffuse proviene da un racconto di origine russa, che ci può introdurre alla dimensione mitica legata alla pianta. Come molte favole tradizionali, è ricca di spunti e simboli che non sempre si colgono facilmente. A volte sembra che accadano “cose strane” messe lì tanto per fare effetto, e i finali non sono come le “nostre “ favole ci hanno abituato, sono anzi un po’ sconcertanti. Vediamola.

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C’era una fanciulla che andava a spasso nel bosco in cerca di funghi. All’improvviso si trovò dinanzi un nido di serpenti e si spaventò, si voltò in fretta per tornare a casa ma nell’ansia inciampò e cadde in un buco. Molto profondo, una specie di tana. Cercando la strada per uscire, al buio, la ragazza si ritrovò in una grotta dove brillava una pietra. La pietra lucente le permise di vedere un po’ meglio e quel che vide la spaventò ancora di più. Anche lì c’erano dei serpenti, e c’era anche la loro regina. La regina, che non viene mai descritta se non per il fatto che aveva corna d’oro, stava conducendo i serpenti affamati alla pietra; questi la leccavano e immediatamente la loro fame veniva soddisfatta.

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Nessuno sembrava volerle fare del male: la ragazza si fece coraggio e, su invito della regina, seguì il loro esempio. Riuscì così a rimanere in vita tutto l’inverno. All’inizio della primavera successiva vide i serpenti intrecciarsi per formare una scala, vicino ad un foro d’uscita: le facevano capire che poteva andare, era giunto il momento di tornare all’aperto.
Alla sua partenza ricevette un dono speciale dalla regina: costei sapeva che anche la ragazza, come i serpenti, senza accorgersene aveva acquisito dalla pietra magica molte conoscenze, e le donò quella che ancora le mancava: comprendere il linguaggio delle piante. Avrebbe potuto ascoltarle, imparare a raccoglierle e usarle per guarire il prossimo, ma – c’è sempre un ma – non avrebbe mai dovuto nominare l’artemisia o meglio la “c’ornobil” che è il modo in cui in russo viene chiamata l’artemisia comune e che letteralmente significa “dagli steli scuri”, ma la favola aggiunge a mò di spiegazione del termine “colui, o ciò, che è scuro”. In ogni caso la ragazza era a quel punto davvero in grado di comprendere la lingua delle piante e conoscere tutti i loro poteri, ma la cosa non era destinata a durare. Non sappiamo se per qualche tempo mise a frutto le sue conoscenze diventando una guaritrice, ma le accadde un giorno, sempre mentre stava camminando lungo un sentiero, che un uomo la fermasse e le chiedesse che cos’era mai “quello”,  che stava indicando. Era ovviamente un’artemisia ovvero una c’ornobil, e senza pensarci la ragazza glielo disse. Perse così, immediatamente, la sua speciale conoscenza delle erbe. Da questo giorno l’artemisia viene chiamata “zabutko”, ovvero erba dell’oblio.

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Analizziamo la favola mettendo in luce gli elementi che risultano meno chiari o che riprendono temi e simboli comuni ad altri popoli, tempi e leggende.

Primo, la ragazza va in cerca di funghi. Ok, a chi non piacciono i funghi? Se ci si sbaglia a raccoglierli però possono essere mortali, i funghi. In piccola dose, alcuni sono allucinogeni.
Secondo, i serpenti, che qui hanno un ruolo importante: considerati nell’antichità simbolo d’immortalità o rinascita (per la loro capacità di rigenerarsi cambiando pelle) e tuttora simbolo della medicina, intrecciati ad un tirso.
Poi la regina. Possiamo chiederci chi fosse questa regina dei serpenti che abita sottoterra, e infine cosa significhi davvero il nome russo dell’artemisia. Perchè se c’ornobil (sì, è il nome della città ucraina dove saltò la centrale nucleare, si chiama Artemisia) significa “dagli steli scuri” (che poi nella realtà, al più sono rossicci) nella favola la regina aggiunge “quello scuro”? Chi o cosa è quello scuro che non deve essere nominato?

Il “nostro” nome, artemisia, deriva dal greco come il nome di Artemide, ma lo stesso greco pare averlo conservato da una lingua più antica. Artemis è, sembra, il nome di una grande dea pre-greca che i greci ridussero a comprimaria nel vastissimo pantheon a loro disposizione.
Avvicinatici così al mondo greco, possiamo fare un parallelo tra l’avventura della ragazza e la figura di Persefone, regina degli inferi d’inverno (poiché rapida da Ade e divenuta sua sposa) e portatrice della primavera quando saluta il marito ed esce a trovare la mamma, Demetra, la “terra Madre”.
Tutto ciò ci porta a Creta, origine di tanti miti greci, e alla “dea dei serpenti”, di cui esistono molte statuine arbitrariamente restaurate, (ma i serpenti attorcigliati al loro corpo ed alle braccia sono realmente dell’epoca) verosimilmente attorniate, in origine, da qualche altra bestia e quindi simbolo della “Signora degli animali”, Grande dea madre con un compagno spesso indicato come un toro, animale con le corna che ricordano una falce di luna. La luna e le corna, magari lucenti e “d’oro” come nella favola, sono simboli divini almeno dai tempi degli antichi egizi e in tutta la Mesopotamia.
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I greci, inglobando la civiltà cretese, suddivisero la grande madre e il principio maschile in tanti dei e dee specializzati, e lasciarono ad Artemide, o meglio all’Artemide oggi più conosciuta, il ruolo di vergine cacciatrice, signora dei boschi, indifferente all’accoppiamento umano. Ma perché allora la resero anche protettrice delle partorienti,  e preoccupata di donare appunto l’artemisia -dice la leggenda- alle donne per regolarizzare il flusso mestruale? C’è qualcosa che stride.
La favola russa appare, a questo punto, una variante dell’iniziazione sotterranea e contemporaneamente del mito della fanciulla/natura (Persefone), spirito di vita vegetale che “muore” d’inverno e rinasce a primavera, incarnato anche da tante divinità maschili nel modo mediorientale.
E infine c’è un mistero, “quello scuro”, che non deve essere nominato.

Aggiungo che se a quanto pare è a Creta che Artemide ha avuto nome, non si sa a cosa questo nome rimandi (è però spesso presente nell’area persiana, dove “arto” significa “grande, splendente”), mentre in greco la radice “art” ci suggerisce un’orsa, una delle prime e più antiche immagini materne preistoriche, infatti arktoi, “orse”, si chiamavano le fanciulle che prestavano servizio presso il tempio di Artemide.  Artio era anche il nome di una dea celtica, oggi poco conosciuta, una ”dea della caccia” che prendeva l’aspetto di un’orsa. A Efeso il culto di un’Artemis più antica era ben vivo e la dea era raffigurata in abito sacerdotale, con i paramenti fatti con testicoli di toro, a rappresentare l’Uno che racchiude i molti.
Tornando alla civiltà minoica, essa non nasce dal nulla, affonda le sue radici in quel che fu Catal Hujuk, in Anatolia, centro di culto di 8.000 anni fa, dove immagini di femmine partorienti e immagini taurine abbondano.
La Signora degli animali, che può ben avere corna taurine o falci di luna come simboli, è ovviamente anche signora del sottosuolo, dove ciò che muore riposa e si rigenera, immagine arcaica di Demetra (titolare degli omonimi misteri, che per quel che se ne sa si svolgevano nel sottosuolo, dove i serpenti custodiscono sempre tesori e conoscenze, e dove gli iniziati scendevano a rimirare…il mistero).
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La nostra artemisia, la pianta, specie nelle varianti comune e absinthium (assenzio) presso molti popoli antichi veniva offerta in sacrificio (cioè bruciata, spesso mescolando l’erba a grasso di animali, sacrificati anch’essi) agli dei; perché questi, ad esempio, concedessero fertilità ai campi, agli animali e alla famiglia stessa. Nel mondo greco-romano si usava anche contro le convulsioni epilettiche e altri strani comportamenti che genericamente qualcuno chiamava “mal di Luna”, essendo attribuiti all’influsso lunare.
Presso i celti, l’Artemisia era una pianta dedicata al pianeta Venere, ed aveva come elemento di riferimento la Terra. Nel pantheon dei numi celtici, era consacrata a Morrigan, cioè la “Grande Regina”. Questa divinità, sposa del Dagda, il “Dio Buono”, era madre di altri dei, presiedeva alla guerra e all’oltretomba, ed era spesso considerata la patrona delle guaritrici.  Sembrava  unire in sé le “specializzazioni” di Demetra (madre della terra), Artemide (signora degli animali, della caccia e per estensione del combattimento) e Persefone (custode dell’Oltretomba). Ed è senz’altro dal modo celtico, e dalla sua suddivisione dell’anno, che ci deriva la “festa di mezza estate”, il 24 giugno, giorno di San Giovanni.
E l’ artemisia fa parte delle 9 erbe di mezza estate. Il che significa che molti popoli europei, e certamente quelli di origine celtica o germanica, raccoglievano 9 erbe in prossimità del solstizio d’estate. Erbe che dovevano avere molte proprietà salutari, ma non solo.

Osserviamo en passant come una “mezza estate” posta al 24 giugno mostra come ci si riferisca, magari senza pensarci, a tempi che non prevedono un’estate che comincia il 21…  è ovvio il riferimento ad un calendario più antico in cui l’estate comincia in quel che noi chiamiamo maggio.
Questa “notte delle streghe”, o  “notte fatata di san Giovanni” in cui tutto è possibile è stata immortalata da Shakespeare nel suo “Sogno di una notte di mezza estate”, ove mescola – a mio vedere molto correttamente – ambientazione greca e antiche leggende della sua terra.
Si racconta che le “streghe” medievali raccogliessero l’artemisia al mattino (diversamente quindi dall’altra nota erba di San Giovanni, l’iperico, che andava raccolta di notte), allontanandosi poi con rispetto, camminando all’indietro. Oltre a completare il mazzo “scaccia diavoli”  -o secondo gli inquisitori, anche “omaggio al diavolo”- si riempivano con le foglie di questa pianta bambole di pezza che poi si gettavano nel fuoco, per allontanare la sfortuna o l’energia cattiva, gli spiriti malevoli. I fuochi mezza estate, come altri fuochi, erano una consuetudine nel modo arcaico e, rimanendo nell’ambito contadino, erano in uso fino a qualche tempo fa.
Senza troppe complicazioni (bamboline, raccolti rituali etc.), venivano usati nelle case mazzi di artemisia, freschi o seccati e poi bruciati, per liberare l’aria di influssi cattivi, malattie, spiriti della malinconia e altre entità sgradite.
In raduni più ristretti e nascosti l’artemisia si bruciava, insieme ad altre erbe, anche per favorire le rivelazioni mistiche. Veniva fatta bruciata al chiuso e, aspirandone i vapori, si dice si potessero avere visioni, chi dice di morti, chi di altri spiriti.
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In effetti, assumere sotto forma di infuso, decotto o fumo l’artemisia, abbassa lo stato di veglia: si è cioè meno consci di ciò che ci attornia e questo, anche senza voler comunicare con entità del tipo suddetto, può rendere più profonde e facili le meditazioni, permettere un maggiore isolamento dal mondo esterno e far meglio entrare chi medita in contatto con sé stesso. Quando l’artemisia è del genere absinthium, che contiene in maggior percentuale certe sostanze, il risultato è più facile a raggiungersi.
L’assenzio ha una fama un po’ equivoca per via dell’abuso, durante l’Ottocento, di un liquore che induceva assuefazione, allucinazioni e perfino follia. Questo liquore era detto assenzio poiché con tale pianta era aromatizzato, come il più casalingo vermut che non ha mai fatto paura a nessuno (wermut è il nome in tedesco dell’assenzio). La differenza sta soprattutto nella gradazione alcolica.
Sgombriamo quindi subito il piano da ogni equivoco: il liquore all’assenzio ottocentesco, la cosiddetta “fata verde” che ispirava poeti maledetti o meno, aveva un’altissima gradazione alcolica ed era addizionato a vari agenti chimici, tra cui il colorante artificiale verde, appunto allo scopo di stordire e assuefare chi lo bevesse, perchè poi ne volesse ancora e sempre di più. Effettivamente era molto tossico e il cervello andava facilmente in tilt. La quantità di estratto di assenzio presente poteva sì partecipare allo stordimento, ma senza esserne certo il principale responsabile. Il principio attivo più coinvolto nell’attività diciamo “magica” della pianta si chiama tujone, è presente in molte piante tra cui la salvia comune e in piccole dosi viene perfino usato come farmaco omeopatico.
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Come usare la pianta

Di artemisia esistono molte varietà: qui tratteremo l’artemisia comune, l’assenzio e il dragoncello. Sono piante usate come aromatizzanti e terapeutiche. Le prime due si somigliano molto anche fisicamente, il dragoncello è un po’ diverso e ha proprietà differenti. In comune tutt’e tre hanno quella di agire sul ciclo mestruale e alcuni disturbi prettamente femminili.
L’artemisia comune ha fusti rossastri e fogliame verde, l’assenzio ha un colore più chiaro e quasi argenteo. Entrambe sono considerate utili contro la febbre, i dolori mestruali, la tosse, i gonfiori addominali (anche maschili…), aventi effetto tonificante sul fegato e sul pancreas (quindi regolatrici del meccanismo dell’insulina), nonché piante “antidepressive” e rilassanti.
Il dragoncello ha foglie meno dentellate, fusti più alti e invadenti, striscianti come serpentelli, da cui in nome “dracunculus”. E’  molto usato in cucina: le foglie fresche sono piccanti con un retrogusto amarognolo, emanano un aroma che richiama quello del sedano e insieme dell’anice, e se raccolte e conservate al momento giusto lo mantengono per lungo tempo. Quand’è il “momento giusto”?
Tutte e tre queste piante vanno raccolte quando cominciano a fare i fiori, ma prima che siano completamente sbocciati: ciò avviene di solito a giugno e prosegue per buona parte dell’estate, visto che ogni pianta a cui si tolgono i fiori tende a farne altri. I fiori sono capolini gialli o verdastri, in pratica palline molto aromatiche poste su fusti allungati, che s’innalzano dal cespuglio: impossibile non vederli. Meglio tagliare il fusto fiorito alla base per non lasciare monconi, conservarne gli ultimi 40 cm. ed eliminare qualsiasi foglia, giovane o vecchia che sia, che si presenti rovinata, ingiallita, intaccata da insetti. Quanto resta va consumato fresco o lasciato disseccare in mazzi appesi a testa in giù, all’ombra.

Artemisia comune: ha proprietà digestive – lo diceva anche Ildegarda di Bingen, grande curatrice medievale che ebbe l’astuzia, per poter continuare a studiare quel che voleva, di entrare in convento-, emmenagoghe (regolarizza il ciclo), antisettiche, aiuta ad abbassare la febbre, allevia i dolori mestruali (attenzione però: se i dolori sono accompagnati da molto sangue, meglio evitare, ci sono altri rimedi!), può coadiuvare un trattamento antiparassitario interno.
Un tempo veniva assunta durante il travaglio, sia per alleviarne il dolore sia per velocizzare il parto qualora le cose andassero troppo per le lunghe. La medicina moderna sta rivalutando le antiche tradizioni e nonostante oggi siano in uso altri sistemi per ovviare a quanto detto, alcuni ostetrici “non ne sconsigliano” l’assunzione in forma di infuso.
L’ infuso, quale che ne sia l’obiettivo, può essere dolcificato con miele (il massimo: miele di sulla!) perchè è piuttosto amaro. Quantità: 1 cucchiaio di droga secca per ½ litro d’acqua bollente.
Per regolarizzare il ciclo o alleviarne i fastidi occorre prendere l’infuso per qualche giorno prima del periodo in cui dovrebbe comparire e/o nel momento in cui si sente dolore.
Nel caso le contrazioni dolorose siano accompagnate da molto sangue -repetita juvant- l’artemisia non è il rimedio giusto. Meglio usare, in tal caso, un mix di borsa pastore, achillea e camomilla, che riducono dolore e sanguinamento insieme.

Un altro problema che oggi si pone raramente è la stanchezza durante un viaggio a piedi o anche a cavallo: quasi tutti, viaggiando, non abbiamo grande dispendio d’energia fisica. Un tempo invece, quando viaggiare a piedi era comune, si diceva che l’artemisia fosse l’erba adatta per sentire meno la fatica, al punto che qualcuno giungeva a imbottirsene le scarpe. In caso di lunga passeggiata nei boschi, potete sempre provare.

L’estratto idroalcoolico o la tintura madre che trovate in erboristeria hanno le stesse indicazioni ma sono più potenti e vanno assunte in piccole dosi.
Evitate tutte le formulazioni contenenti questa pianta in caso di gravidanza (in grandi quantità può essere abortiva e comunque non fa bene al bambino), allattamento, cure ormonali, ulcera e ovviamente allergia all’artemisia.

Un uso “da giardino” dell’artemisia è quello di potarla – almeno una volta l’anno di solito è necessario, se non altro per contenerne la crescita – e disporne alcuni mazzetti intorno a piante assediate da formiche: non apprezzano l’odore e per un po’ stanno alla larga (lo stesso vale per gli interni, se le formiche penetrano i casa: individuate i forellini d’entrata, di solito sullo spigolo del pavimento, chiudeteli con lo stucco e per dissuadere gli animaletti dal riprovarci mettete un mazzetto d’artemisia vicino). Si dice lo stesso valga per gli altri insetti, dato che è amara e ha appunto un aroma particolare, ma personalmente ho visto che dipende solo da quel che c’è a disposizione. Se non c’è di meglio mangiano pure quella.

L’assenzio ha indicazioni simili all’artemisia comune, favorisce la secrezione biliare – quindi facilita la digestione, in particolare di cibi grassi, favorisce e regola il flusso mestruale, è febbrifugo e vermifugo. Come vediamo le artemisie sono piante che hanno funzioni relative alla ”pancia”, quindi agisce, anche l’assenzio, in presenza di infiammazioni delle mucose del tratto gastro-intestinale, amenorrea, irregolarità mestruale, dissenteria prolungata. La pianta è, altresì, utilizzata come epatoprotettore.
Ha proprietà sia rilassanti sia euforizzanti, e il risultato purtroppo non è prevedibile a priori, dipende dalla predisposizione chimica di ognuno. Si consuma sia sotto forma di infuso che di decotto, più usato, quest’ultimo, come febbrifugo o rilassante. Influisce sulla circolazione e, oltre alle stesse controindicazioni dell’artemisia comune, può indurre un rallentamento del ritmo cardiaco. Per lo stesso motivo, qualora sia troppo veloce, può regolarizzarlo. E’ comunque una pianta da assumersi con cautela, senza mai portare avanti una cura per più di 20 giorni. Nel primo di questi, se è la prima volta che prendete assenzio, non fatelo prima di guidare o fare cose che richiedano riflessi rapidi. Ognuno di noi ha sensibilità particolari e le dosi vanno individuate osservandosi reagire: può rilassare un po’ troppo e indurre distrazione. Qualora si abbia qualche disturbo cronico, prima di assumerlo rivolgersi sempre al medico. In cucina, se vi piace l’aroma, potete aggiungerlo al vino bianco per qualche settimana, e poi filtrare realizzando una versione di vermut casalinga.

Dragoncello: come ho detto più sopra, viene molto usato in cucina, si sposa con uova, formaggi freschi, funghi e carni.  Con limone, lavanda, aglio, cerfoglio ed erba cipollina viene usato in Provenza per comporre il “mazzetto odoroso”. Teniamo tuttavia presente che il dragoncello francese non ha lo stesso aroma di quello russo (questi sono i due tipi principali): il francese è migliore.
In forma di infuso si usa sia come aperitivo per favorire l’appetito sia come digestivo se si è mangiato troppo. Stimola l’attività del fegato e del pancreas, aiutando a mantenere regolare il rilascio di insulina.
Uno degli altri nomi del dragoncello è estragone: molti accomunano questo nome a dracunculus, il suo nome latino, come ne fosse una storpiatura. Invece, come tutte le artemisie, agisce – in modo più delicato e soprattutto preventivo – sul ciclo mestruale, regolarizzando l’”estro”. Favorisce inoltre la depurazione dell’organismo stimolando la diuresi e abbassando di conseguenza la pressione sanguigna.
Fin qui abbiamo parlato di foglie e fiori. Con le radici, ben pulite, si possono fare decotti contro mal di gola e infiammazioni alle vie respiratorie, sempre accompagnandole con miele, possibilmente balsamico, ovvero addizionato ad oli essenziali, di solito eucalipto e timo, e propoli.
Le radici del dragoncello si presentano come un groviglio di serpentelli, il che è un’ottima conclusione per un percorso circolare che ci riporta alla nostra storiella russa, che nelle sue varianti non sempre precisa il tipo di artemisia di cui si parla. Per ciò che concerne invece “quello scuro” il mistero resta tale…
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8 pensieri riguardo “L’artemisia e quello scuro

  1. I tuoi bei disegni li conoscevo, ma li rivedo sempre con piacere. Quelli di Francesco no, è veramente bravo, porgigli i miei complimenti. L’articolo è interessantissimo e scorrevole, ho preso appunti! …Chissà prima o poi ti permetterò di…

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  2. Fare un esperimento? Dai, facciamolo… E grazie per lo scorrevole… questa non me l’aspettavo. Sarà perchè è così lungo, ma mi ero detta “ecco questo è proprio un bel mattone”. Farò i complimenti alla creatura.

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  3. La mia osservazione, da vera ignorante in materia, è la seguente: ma il serpente non è anche un simbolo sessuale? Che sia questo “lo scuro”? Sta sotto terra, luogo di fertilità. Lo scuro, sinonimo di contraddizione come Artemide vergine e orsa al tempo stesso. Ma forse la mia interpretazione è fin troppo fantasiosa, anche perchè se non sbaglio prima del cristianesimo il sesso era libero, luminoso; godere era naturale, non un peccato ; cosa ne dice la mia cara esperta? Comunque con tutti questi collegamenti che fai mi diverto un sacco, meglio di Levi Strauss col suo libro sul cotto e il crudo.

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  4. Quando la protagonista della favola incontra l’uomo e distrattamente gli dice il nome della pianta perdendo tutti i suoi poteri mi sono venute in mente le creature magiche che nelle fiabe perdono i loro poteri nel momento in cui si accoppiano con un essere umano. Capita in tutte le storie che conosco, che sia una struttura ricorrente come quelle analizzate da Propp?

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  5. Guarda, è un’ipotesi da prendersi in considerazione. È possibile che ci sia un’omissione o qualcosa dato per scontato in questa storia. Lei quando perde le sue conoscenze, la memoria e cade nell’oblio ha: incontrato un uomo, visto qualcosa che lui indicava, nominato qualcosa. Forse qualcosa mi sfugge, ma intanto abbiamo questi dati. Può essere che l’uomo non indicasse una pianta. In ogni caso ti ringrazio ufficialmente per aver dato luogo su questo (giovane) blog alla DISCUSSIONE! Io raccolgo queste cose qua e là, tra l’altro internet ha decretato la fine di quasi tutte le piccole librerie di cose strane che facevano davvero di me un’esperta, per cui adesso non posso che provare a riempire buchi, mettere in connessione le cose però vedi, a questa cosa qui non ci avevo pensato.

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  6. Sei una sconfinata fonte di interessantissime informazioni! Leggerti è un piacere, e anche rivedere tutti quei disegni tuoi e di Francesco, già ammirati nel corso degli anni sulle pareti di casa tua…
    Complimenti, continua così

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