La Signora delle foreste

bosco betulle di notte2La betulla. Che pianta. Letteralmente un mito.

A molti e soprattutto molte interesserà per le sue doti drenanti e quindi “anticellulitiche”, per cui è nota.  Ma ha molte altre doti e un ricco e leggendario passato. Le sue proprietà, dal punto di vista fitoterapico, sono in parte simili a quelle del frassino, non a caso anch’esso albero leggendario. Credo che linfa di betulla e frassino insieme creino una sinergia formidabile, poi vedremo per cosa…

Della betulla oltre alla linfa, che si raccoglie in primavera, si usano le foglie, le gemme e la corteccia. Con risultati leggermente diversi. COME si usano è importante.
Chi l’ha presente pensa di solito all’albero dalla corteccia grigioargentea, quasi bianca. Che in effetti è la più nota e amata, ma è sorella di un’altra quarantina di betulle un po’ diverse. Sono tutte, comunque, presenti nel nostro emisfero, quello boreale, e più diffuse al nord. Però ci sono anche vicino a casa mia, e in un paesino vicino c’è addirittura un bosco di betulle. Quelle più usate in fitoterapia sono la verrucosa (detta anche pendula alba, insomma quella bianca solita) e la pelosa, che le somiglia molto ma ha i rami giovani un po’ pelosi.

Cominciamo col dire a cosa serve la betulla, come si usa, cosa ce ne facciamo noi uomini e donne? No. Cominciamo col dire che una pianta non nasce e cresce per noi umani. Io credo (credo e di solito ho ragione…) che se maltrattiamo una pianta per ricavarne salute per noi ne ricaviamo meno di quanta potremmo se la rispettiamo e la trattiamo bene. Della betulla si usa la corteccia, che si stacca facilmente in inverno perché si rinnova. Per questo ne parlo ora. E’ un suo dono, e possiamo prenderla. Magari un grazie, mentre lo facciamo, male non fa. Non possiamo scortecciarla in primavera, invece. La feriremmo. E la corteccia non ci farebbe così bene. La primavera è il momento della linfa e delle gemme, delle foglie che tra gli alberi a fogli caduca sono tra le prime ad apparire. Ma senza spogliare un albero di tutte le sue gemme, senza incidere qua e là come cicale impazzite.
Queste cose le possiamo prendere solo se di betulle – adulte, mai toccare i piccoli degli alberi – ce ne sono molte, un po’ dall’una e un po’ dall’altra. Scusandoci e ringraziando. Trattare le piante nel modo che ho detto prima, con brutalità e senza rispetto, è il modo giusto per non ottenere niente. Ho sentito tante persone dire che la fitoterapia non gli fa nulla: non sanno come e perchè il prodotto che hanno acquistato in negozio è stato ottenuto.
Quindi adesso che è il momento di raccogliere la corteccia, diciamo a cosa serve la pianta tutta, IN SINTESI: diuretica, analgesica, depurativa, drenante, è utile per l’apparato escretorio (reni, vescica) e le malattie a sfondo infiammatorio, per la pelle e i capelli, d’aiuto al sistema linfatico e circolatorio in genere.

Allora, siete di fronte ad una betulla: verificate che la corteccia si stacchi facilmente e procedete a raccoglierne i pezzi in un contenitore pulito. Verificate anche di non raccogliere le bestioline che ci si possono annidare sotto. E’ raro ma possibile. La corteccia di betulla è estremamente resistente alla degradazione ed alla decomposizione, poiché al suo interno sono contenute grandi quantità di oli essenziali resinosi, per cui ne useremo una parte subito, durante l’inverno, e una parte la terremo per quando, in febbraio/marzo, potremo raccogliere altre parti e unirle per avere composti straordinari (oli essenziali, tinture madri, gemmoderivati a cui manca un po’ di peso in gemme…).
UNA PRECISAZIONE: la corteccia che abbiamo raccolto NON può essere trasformata in casa in formidabili medicine antitumorali (potreste leggere da altre parti che dalla corteccia si estrae anche l’acido betulinico e che alcuni derivati di quest’acido sono usati per combattere neuroblastoma, medulloblastoma, sarcoma di Ewing e melanoma. E’ vero, ma qui però esuliamo dal nostro ambito e io uscirei dal proposito di parlare solo di ciò che conosco bene. Per cui informatevi presso il vostro oncologo, se avete queste spiacevoli malattie… non sono estratti che si fanno in casa e una tisana non curerà mai alcun tumore).
Bene: con questa corteccia, da sola o insieme alle foglie e alle gemme che raccoglieremo in primavera potremo fare infusi e decotti per pediluvi riposanti e antimicotici, nonché per il trattamento del cuoio capelluto con eccesso di sebo, per contrastare la caduta dei capelli e l’insorgere della calvizie precoce. I decotti possono essere usati anche, date le loro proprietà cicatrizzanti, per effettuare risciacqui per affezioni relative al cavo orale, come le afte, per uso esterno per il trattamento di acne, eccessiva produzione di sebo, foruncoli, ma anche dermatosipunture di insetto, piaghe e piccole ferite. STIAMO SEMPRE PARLANDO DI USO ESTERNO, OK?
Si può anche bere, però come per tutte le cose, con un minimo di cautela perchè c’è chi è allergico. Se già sapete di essere allergici all’aspirina, state ancora più attenti e bevetene un cucchiaio, poi aspettate il giorno dopo e vedete se state bene. Perchè berlo? Sempre precisando che sarebbe meglio unire foglie e germogli, che però adesso non ci sono, è diuretico, drenante linfatico, antisettico delle vie urinarie ed anti-infiammatorio. Può servire ad abbassare la febbre e combattere l’influenza. In caso di reumatismi, gotta, artrosi, artriti e via dicendo, è un discreto antidolorifico, e soprattutto agisce alla fonte essendo anche quanto sopra. Volendo si può comprare l’estratto idroalcolico o la tintura madre in erboristeria, che contiene i componenti di corteccia resinosa, foglie e gemme, ovvero sostanze che cooperano ad un effetto drenante dei liquidi in eccesso, dell’acido urico e abbassano il colesterolo ematico.  Si beve con un po’ d’acqua, perché è molto alcoolico.
Da qui in avanti solo per lettori MOLTO interessati al mito…betulle con gli occhi

La betulla ti guarda… Abbiamo detto che tutte le piante meritano rispetto, perché sono vive come me e voi, ma ora vedremo come la betulla ha avuto più rispetto del solito (rimando ad un prossimo post il resto delle informazioni fitoterapiche, se no qua non si finisce più…).

popoli slavi, per cominciare con qualcosa di leggero, associavano l’albero alla leggenda delle Rusolski,  ninfe degli stagni e dei laghi molto belle ma pericolose. A tarda primavera, dopo il disgelo, uscivano dalle acque e si portavano, vestite di lunghi abiti candidi, a insidiare i viandanti che si trovavano a passare tra i boschi di tronchi biancastri. Non so cosa promettessero, ma chi non fosse stato in grado di resistere al loro fascino veniva catturato e ucciso. Per scongiurare questo pericolo, quelle popolazioni erano solite tagliare annualmente una enorme betulla, per poi metterla eretta nella piazza del paese e danzarvi attorno in modo propiziatorio. Di quella stessa pianta, di cui forse le ninfe erano considerate emanazioni, dopo averle reso onore nel modo suddetto si faceva poi a sera inoltrata un grande falò e se ne disperdevano le ceneri nei campi.
Se dai popoli slavi si risale un po’ più a nord dobbiamo parlare di sciamanesimo…. La betulla è l’albero sacro per eccellenza delle popolazioni siberiane presso le quali riveste tutte le funzioni dell’Axis Mundi, pilastro cosmico. Nei racconti, ma anche nelle poesie, la  betulla è associata al sole e alla luna e perciò contemporaneamente al padre e alla madre, al maschio e alla femmina, ed è ritenuta simbolicamente la via attraverso la quale scende l’energia dall’universo e da dove risale l’aspirazione umana verso l’alto. Apre allo sciamano la via del Cielo, permettendogli di passare da una regione cosmica all’altra, dalla Terra al Cielo o alla Terra agli Inferi, in un viaggio interiore che conduceva all’estasi.
Teniamo presente che tutte queste cose avvengono sempre, un po’ come nell’alchimia, sia sul piano simbolico sia sul piano pratico: lo sciamano, dopo una parte della cerimonia, che si conduce sempre a fini precisi, non tanto per fare (ad esempio, per curare qualcuno incontrando gli spiriti “adatti all’uopo”), sale VERAMENTE sulla betulla (ok, se è anziano e non ce la fa, si stende per terra e ci sale in ispirito… l’importante è l’intenzione), “incontra gli spiriti” e riscende.
C’è poi da dire una cosa a questo riguardo: spesso nei boschi nordici, in prossimità delle betulle, cresce l’amanita muscaria, noto fungo allucinogeno (se ne mangiamo troppo diciamo pure mortale) che probabilmente a volte viene assaggiato prima o durante la cerimonia. Se si esagera, un po’ di linfa di betulla ne è un buon antidoto (notare la concidenza, non è cosa comune), insomma una perfetta andata e ritorno dal mondo degli spiriti.
Quel che è la betulla per i Celti è un po’ troppo lungo a dirsi, anche qui rimandiamo ad altro post… Questo è il primo articolo QUASI TUTTO SERIO che faccio, non voglio esagerare. Diciamo solo che con poche varianti quanto detto per gli sciamani siberiani vale anche per loro: è la chiave che apre all’iniziato la via degli Dei, la Custode della Porta, illumina l’intelligenza, è collegata per il colore argenteo alla luna (quindi in qualche modo al mondo sotterraneo) ma anche al sole perchè quando è completamente spoglia dalle foglie e quindi più splendente siamo in dicembre, i giorni più bui stanno per finire ed il 21 dicembre o giù di lì si festeggia Yule, appunto la rinascita del sole.

Concludiamo con un racconto samoiedo tratto da Mircea Eliade (noto storico delle religioni e mia guida in questo intricato mondo…) a cui non so chi l’ha raccontata, comunque uno che asseriva d’aver conosciuto il protagonista (io la stringo un poco):

C’era un tal Avam che ancora non sapeva se sarebbe diventato sciamano o no, e per di più aveva preso il vaiolo. Rimase in stato di incoscienza 3 giorni. Mentre era lì tra la vita e la morte, come ebbe poi a raccontare, venne condotto in mezzo ad un mare. Là udi la Voce della Malattia (cioè del vaiolo) che gli diceva: «Dai Signori dell’Acqua riceverai il dono dell’arte sciamanica. Il tuo nome di sciamano sarà huottarie (Colui che s’immerge)». Poi la Malattia sconvolse l’acqua di quel mare. [osservazione mia: la malattia gli serve, a questo qui, per diventare sciamano, senza ammalarsi non lo sarebbe forse mai diventato: alchimia, opera al nero.. poi vedrete] Egli ne emerse e salì su di un monte. Là incontrò una donna nuda che probabilmente era la Signora dell’Acqua e gli disse: “Sei mio figlio, per questo permetto che tu ti allatti al mio seno”. Il marito della Signora dell’Acqua era il Signore degli Inferi, e gli dette due guide, un ermellino e un topo, per condurlo all’Inferno. Da qui in avanti succedono un sacco di cose, Avam incontra personaggi d’un certo spessore, anche cattivi, e in pratica impara tutto quello che uno sciamano deve sapere, e lo impara dagli Dei come dalle pietre, tutto ha la stessa rilevanza. Il clou della storia si ha quando giunge ad un’isola e, in mezzo a quest’isola, un albero di betulla [ecco perchè la racconto…] così alto da toccare il Cielo. Qui sente delle voci: «È stato deciso che avrai un tamburo fatto con rami di quest’Albero». il Signore dell’Albero gli grida: «Il mio ramo è caduto or ora: prendilo e fa’ di esso il tamburo che dovrà servirti per tutta la vita». Da questo ramo si partivano tre rami minori e allora il Signore dell’Albero gli ordina di fare con essi tre tamburi: l’uno, per praticare lo sciamanismo sulle donne partorienti, il secondo per guarire i malati, l’ultimo per ritrovare gli uomini sperdutisi fra la neve. Dopo altre istruzioni, incontri interessanti e un dono ricevuto dalla Signora degli animali, il candidato raggiunge un deserto e, assai distante, una montagna. Dopo tre giorni di marcia vi arriva e attraverso un’apertura penetra nel suo interno, incontrando un uomo nudo che si dà da fare con un mantice. Sul fuoco si trova un calderone «grande come la metà della terra». L’uomo nudo lo scorge e lo afferra con una enorme tenaglia [eccoci all’opera al nero…].
«Son morto» – ebbe appena il tempo di pensare il neofita. L’uomo gli tagliò la testa, fece il suo corpo a pezzetti e mise il tutto nel calderone. Cosi il corpo fu messo a cuocere, per tre anni. Mentre stava lì a cuocere ricevette altre informazioni, e forse in cuor suo, ammesso che avesse ancora un cuore integro da qualche parte, cominciava ad averne abbastanza. Poi il fabbro [opera al bianco] ripescò le sue ossa ora galleggianti su di un fiume, le rimise insieme e le ricopri di carne. Gli forgiò la testa mostrandogli come si possono leggere le lettere che vi si trovano dentro. Gli cambiò gli occhi, ed è per questo che quando l’aspirante farà dello sciamanismo egli non vedrà coi suoi occhi carnali, bensì con questi occhi mistici. Gli forò le orecchie mettendolo in grado di comprendere il linguaggio delle piante [citrinitas, ovvero quella parte dell’opera in cui la materia si ricostituisce e cambia rispetto a prima]. Successivamente il candidato si ritrovò sulla cima di un monte e alla fine si risvegliò nella yurta, presso i suoi.

Ora, egli può cantare e far dello sciamanismo indefinitamente, senza mai stancarsi. Fine della storia e inizio di una nuova vita, come sciamano, per il nostro Avam. E fine del grande gioco alchemico, l’ultima fase se avete retto fin qua sapete che si chiama Rubedo. L’essere nuovo risplende come un sole fiammeggiante, immagino sia il concetto associato al colore. L’insieme costituisce una variante del tema universale della morte e della resurrezione mistica, che comprende quasi sempre una discesa agli Inferi e un’ascesa al Cielo.

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10 pensieri riguardo “La Signora delle foreste

  1. Penso un po’ l’uno e un po’ l’altro… Immagino tu ti riferisca al viaggio iniziatico dello sciamano. Credo che se uno deve fare un viaggio iniziatico che faccia una cosa o una variante non cambi molto. Poi è anche vero che tutta ‘sta gente non stava mai ferma… per cui alcune idee se le saranno passate. Altre sono analogie facili o come diceva Jung rendendola inutilmente complicata, archetipi. Tu l’hai mai fatto, un viaggio iniziatico? Io non sono sicura -di me ovviamente. Dovrei pensarci bene. Così subito direi di sì, ma magari era solo una scampagnata.

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    1. Grazie di quel che mi dici. Se vuoi farne infusi e decotti per gli usi indicati nel post, come un’altra erba: acqua bollente sopra la corteccia a pezzi piccoli per l’infuso, corteccia a bollire nell’acqua per il decotto. Poi (prossimi post…) ci si può fare l’olio essenziale in corrente di vapore e la tintura madre, con l’alcool. Queste cose però vedo che son fatte di solito unendo corteccia, foglie e gemme. Se in primavera riusciro’ a raccogliere le gemme proverò anche a fare il gemmoderivato, una cosa un po’ complicata. Più avanti spiegherò tutto. Abbraccio.

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  2. In effetti le piante sono gli unici esseri viventi a non fare del male a nessuno (neanche ad altre piante). Anzi. Se capitasse di potere parlare con un eventuale Dio Creatore tranquillamente (senza inferno sotto di noi, sopra di noi solo cielo), tra le prime cose sarebbe da chiedere: non era possibile fare nutrire di fotosintesi anche noi animali? Non sarebbe stato bellissimo che nessuno avesse l’impellenza di scannarsi (anche inter-specie)? Non essendo andata così, possiamo solo ogni tanto rifugiarci in questo mondo a parte in cui, anziché il principio per cui nessuna buona azione resta impunita, in vigore nelle nostre società, ci sia speranza di quel tipo di giustizia divina che può fare svanire la magia curativa di una pianta se è stata trattata male, in cui si possa essere religiosi senza doversene vergognare.
    P.S.: non ho capito i polli neri della figura.

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  3. Hai scritto una lettera talmente bella che non c’è niente da replicare. Forse è proprio un mondo a parte. Mi rilassa crederci. I polli neri erano già nel disegno, fatto molti anni fa (avevo come soggetti d’elezione alberi, polli e creature marine), che ho trovato adatto per illustrare la storia. Dubito che gli alberi volessero rappresentare betulle, ero ancora nella fase in cui non distinguevo una carota da un pino marittimo. Però i polli neri, specie le gallinelle, con queste vicende mitologiche ci stanno alla grande. Ne trovi sempre, nelle leggende di vari paesi. Perfino mia nonna ogni tanto raccontava una storia in cui una moglie ogni tanto se ne andava in giro di notte mettendo nel letto al posto suo una gallina nera, e suo marito non si accorgeva di niente.

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  4. Leggo purtroppo velocemente… vite di corsa ci costringono entro tempi strettissimi. Però posso confermarti che la tua scrittura è preziosa.
    Mi piacerebbe dar da leggere tutto questo alla prof. di tecnologia di mia figlia che sta facendo lavorare i ragazzi sui legni, ma con uno sguardo tecnico e parziale, di cui un approccio come il tuo mostra inevitabilmente l’incompletezza Studiare il legno deve voler dire studiare il rapporto tra esseri viventi.. .e non (solo) le tecniche di taglio del legno a fi i produttivi. Di questi esseri viventi noi ne siamo solo una specie e neppure la migliore, se guardiamo ai comportamenti. Baci baci

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    1. Tua figlia in prima media studia come si taglia il legno??? Ah, riforme, riforme, il mio grido s’innalzi al cielo e siate maledette! No, scherzo, magari è tutto inserito in un contesto coerente e illuminato… A parte ciò grazie di quel che scrivi.

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